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Torino Dimenticata

Concorso Internazionale Aeronautico di Torino del 1910

Sul mensile “Ars et Labor” del 1910 nel secondo volume della raccolta edito da Ricordi vi è una cronaca diretta del Concorso Internazionale Aeronautico di Torino del 1910 svoltosi nei Giardini Reali. La gara, da quanto ho potuto capire, consisteva nel seguire uno dei palloni aerostatici e dopo ore di volo più o meno sempre nello stesso posto, appena la mongolfiera guida si posava al suolo, si doveva atterrare il più vicino possibile. In questa edizione il vincitore fu il capitano Agostoni che atterrò a soli 10 metri dal pallone-volpe vincendo la bellezza di 2.000 lire.

Ecco la cronaca ripresa da “Ars et Labor” e scritta da Isa Agostoni (che ipotizzo essere la sorella del vincitore anche se dall’articolo non si capisce il fratello ed il pilota sono la stessa persona).

CONCORSO INTERNAZIONALE AERONAUTICO DI TORINO
Nel tepore della scorsa primavera che, dopo lungo indugio, ha investito ad un tratto uomini e cose, ha chiamato tutte le energie al risveglio e ha coperto i piani, le pendici, ogni zolla remota di un’alta verzura ondante al vento; nella primavera, che ha tutti gli ardori delle giovani forze, gli audaci si misurano nei baldi cimenti.
E il 26 di maggio, in tutta Italia, col profumo delle rose, correva un fremito d’entusiasmo.
Sulle pittoresche strade d’Abruzzo, montanti e digradanti, a seguire le silenziose vallate sepolte nel verde pedalavano i ciclisti, estranei ai conati dei meccanici per ottenere un motore perfetto. Essi, pari agli antichi Greci, ripongono la massima fiducia nella meravigliosa macchina motrice, che non ingegno di umani, ma solo sapienza di natura poteva creare: la macchina umana.
Intanto a Verona migliaia di persone, tutta una folia commossa, tutto un popolo trepidante tratteneva il respiro per meglio udire il pulsar del motore. Sembrava che ognuno dovesse accordare il ritmo della propria esistenza sul ritmo del piccolo congegno che freme, romba, s’allontana, si perde nei cieli.
Era ansia per la vita degli audaci in pericolo, o stupore per l’invenzione, che s’avvia a realizzare il sogno venuto a noi nei secoli, nelle leggende e nel-Tinconscio della psiche: il volo dell’uomo. Certo l’una cosa e l’altra. E il volo delle grandi ali, guidate da un piccolo polso, vigile e calmo, dava la convinzione che il regno delle umane energie non conosce limiti, ne veti.
Nello stesso giorno a Torino si svolgeva la gara internazionale d’areonautica, promossa da quella sezione della Societa Areonautica Italiana, in unione con l’Associazione della Stampa Subalpina. Perche gl’innamorati del cielo, eterno suscitatore d’impressioni immense come gli spazi, serene come gli azzurri, ardenti come i tramonti, dolci come la brezza cullante, fulgide come le stelle lontane — ; i sognatori — dico, sono ancora, tenacemente, devoti al pallone libero.
Diciotto palloni erano in gara e questa presentava un singolare interesse, perchè per la prima volta in Italia assumeva le forme d’una caccia; la caccia alla volpe:

1
Moenus di m3 900 Kutz pilota
2
Hansea 900 Landmann
3
Hessen 1600 Mergbock
4
Overstolz 1437 Gruneberg
5
Stuttgard 1600 Dierlamm
6
Tergeste 480 Pollack
7
N. 26 900 cap. Signorini
8
Fides 1200 ten. Pastine
9
Cirro 1600 Canovetti
10
Condor II. 900 Usuelli
11
Niobe 909 Borsalino
12
Benadir 500 Longhi
13
Novara 1200 Prato-Previde
14
Albatros 2200 Piacenza
15
Pegaso 1200 Rolla e Durando
16
Karakoram 800 Vaccarino
17
Torino 2200 cap. Agostoni
18
Verdi 1200 Donner-Flori

Alle 15.30′ gonfiati ed ornati i palloni s’ergono sui loro nidi di vimini, nel giardino del Palazzo del Re, impazienti di librarsi nei cieli, e quando risuonan le note della marcia reale il gaio sciame assiepato oltre il cordone dei soldati cessa l’irrequieto chiacchierio, tutto preso dal fascino del fantastico volo. E in quell’attesa piena di trepidazione commossa il pallone-volpe, il ” Pegaso „, col rosso guidone ondeggiante, su cui biancheggia la preda, dolcemente s’innalza nell’aria, come un sospiro che la terra esali.
Allora un entusiastico grido d’un multiplo petto s’eleva formidabile dal verde recinto, dalle strade adiacenti, da ogni finestra, dall’intera città, e scorta il pallone che fugge via lieve, rapito da un desiderio di libertà lontana.
Un quarto d’ora dopo gli altri giganti muovono alla ricerca della preda, ed io, che ho avuto la fortuna d’un posticino nella navicella del pallone Overstolz, bello e possente nell’enorme cupolone, al quale m’affido con un senso di fiducia affettuosa, assaporo una gioia che non saprei ridire.

A bordo dell’Overstolz.
Ascendere, ascendere in una dolcezza di sogno, senza scosse, senza rombi di eliche, senza affanno di corse sul terreno; sentirsi trasportare su, su, in alto, sempre più lontano, oltre le cure degli uomini, sopra il dominio dei vivi, quasi obbedendo al bisogno dell’anima di spezzare i confini e gustar l’infinito… ecco quanto provai nella mia prima, indimenticabile ascensione.
Particolarmente delizioso fu il distacco dalla terra, tra il clamore del popolo plaudente; distacco che mi diede la percezione nitida d’un rapimento voluto da una forza, cui dolce è abbandonarsi.

Sopra gli uomini e sopra le cose.
Anche nella pendula navicella l’anima porta con sè un segreto fardello, imponderabile così che niuno pensa a gettarlo con la zavorra, connaturato tanto, che solo la magia delle altezze può disperdere col soffio possente: la voluttà del dominio, la gioia di veder distesi ai propri piedi uomini e cose.
Questa la prima sensazione che vi danno i visi protesi nella curiosità e nella trepidazione; questa la molla che vi fa sporgere da un angolo della navicella, raggianti per la visione delle città che s’accucciano ai vostri piedi e si schiacciano sotto il pondo dei tetti e si restringono e confondono il tumulto in un ultimo anelito di potenza che si sprofonda e scompare.
Ancora a mille, ancora a duemila metri voi siete degli umani, v’interessate alla vita di quaggiù: i ciclisti proni in una faticosa corsa, le automobili che si rincorrono, tentando indovinare il punto d’atterramento, costrette al respiro affannato del motore, a lunghe linee spezzate, segnate dalle vie che s’intersecano e biancheggianti di polvere, vi fan sorridere: in alto tutto è silenzio: le vie dei cieli non hanno intoppi nè strettoie.
Salendo ancora, voi alla terra non appartenete più: l’aria s’è fatta pura, diafana, leggiera: la percezione fisica dell’ascesa fa fluire per tutta la persona un senso nuovo di vita. Forse vi frulla a un tratto pel capo il desiderio di lanciare un canto, di comporre un verso: ma avvertite subito che più grandioso è il silenzio di ogni umana voce, atta a risvegliare gli echi nelle valli terrene; intuite che il verso vi chiede un istante di concentrazione della mente, e restate muti. Meglio così: meglio lasciar che l’anima esca da noi ed erri nell’armonioso silenzio: meglio che lo spirito cessi il suo sforzo, per credersi una cosa a sè e si lasci cullare, atomo sensibile in tanta bellezza.

La gara.
Pur troppo il pilota [non può oggi godere libertà nel suo libero pallone: è in gara. Vicini a noi, tanto che ci si può scambiare un saluto: lungi così che sembrano immobili nel cielo lontano, ai nostri piedi, sulle nostre teste passano gli altri areostati, agognando tutti la preda. Le manovre febbrili del pilota e degli altri due compagni mi staccano dal sogno e mi richiamano alla realtà. Il Pegaso fugge sotto di noi, rasenta terra, spicca un volo, devia. Gruneberg, che con manovra abilissima l’ha seguito sin qui da vicino, se lo vede rapire da una corrente, la quale dalla nostra diverge.
“Navicella leggiera, che fluisci col fluir della brezza, portaci laggiù!„ e tento di imprimerle un moto; ma la brezza sorride allo sforzo delle deboli mani: non parla, non sferza, non fa violenza; silenziosa e lieve ci avvince nel suo dominio e ci porta con sè.
Piccolo uomo, che tenti colle tue piccole mani di guidare il destino, tu sei piccola creatura, trastullo delle forze, senza fine.
Una scossa: è il lungo cavo che, impigliatosi in un albero, ne rapisce la chioma. È uso al dominio, il pallone. Guai a chi tenta ostacolargli la via! Le cime degli alti pioppi, le quali han creduto d’afferrare al volo lo strano gigante errabondo, sono sfrondate, mozzate, spezzate dalla sferza del cavo.
Dopo un vagabondaggio d’un paio d’ore (come brevi, in confronto al desiderio! come lunghe per le vibrazioni che lasciano nei sensi, impedendone l’oblio!) il Pegaso-volpe, fedele alla consegna segreta, atterra. Dio, come lontano! Ma se qualche minuto prima era vicino, così che distinguevo biancheggiare la preda sul rosso drappo, agitata da una febbre convulsa per l’imminente raggiungimento!
L’ansia della lotta m’afferra: seguo il guide-rope, rigante il fieno maggengo con un solco diritto e profondo di ferita che duole; ma il solco non conduce alla mèta. «A destra! a sinistra! Più alto! Più basso!» Il pilota sapiente valuta la zavorra e con gesto largo la dona alla sconfinata verzura. E a me Gruneberg, alto e diritto, valente e tenace, sembra un sacerdote d’una fede d’energie, benedicente da quell’alto pulpito le messi e gli umani.
Ma un altro dio, insolente e pazzo, crudele ed arguto, gioia e terrore dei vivi — il caso — fa piegare la rotta in linea divergente, e conviene atterrare, prima che una folata disperda tanto studio amoroso.
Abbandonando la lotta, ci misuriamo un’ultima volta con gli altri palloni: essi, che eran dapprima disseminati nel cielo fatto ora sereno, perchè la gloria del tramonto del sole doni la più bella apoteosi alla nostra gara nei cieli; essi si sono avvicinati, quasi flottiglia che aneli al medesimo porto, e vediamo il Torino piombare sul Pegaso con tale improvvisa e fortunata manovra, che a noi, dall’alto, sembra ch’esso tenti non solo atterrargli da presso, ma voglia penetrare con la sua navicella fin nel cuore della preda agognata. Vediamo il Tergeste gettar alcuni indumenti, per un ultimo, disperato conato; l’Hessen posare dolcemente; il pallone militare N. 26 piazzarsi pure bene e più lungi, a una distanza che non sapremmo valutare se maggiore o minore della nostra; il Niobe di Borsalino…
Gli altri, più lontano, vagano pel tramonto di fuoco, presi dall’ebbrezza della riacquistata libertà, ora che vano sarebbe sperar nella vittoria.
Una flotta di contadini acclama il mio pilota, vincitore del quinto premio, mentre stanca, come un uccello ferito, la navicella cala nell’alto fieno. Ci aggrappiamo tutti alle corde, per evitar l’urto al contatto col terreno: poi io, non volendo perdere neppur una delle nuove, commosse impressioni, me ne sto ritta a contemplar l’involucro.
Un danzar di corde rilassate furoreggia sul mio capo: è un attimo: il cerchio mi piomba sul collo subito ripiegato, mi strappa la chioma, mentre il peso lentamente accresce. Incatenata nel libero pallone, non posso fare un gesto, mentre su me l’involucro spasima per la sua ferita, ritentando impotente il volo. I contadini ci accerchiano, ci aiutano, e noi, balzati dalla navicella, guardiamo lieti la frotta di bimbi che rotolan sul magnifico involucro, per liberarlo dal gas, con una gioia piena di trilli.
Una voce: «Isa!» Il viso raggiante di mio fratello appare fra il verde: la Vittoria vibra così nella voce e nel gesto, che io rispondo: « Torino! Torino! » mentre egli mi prende per mano e mi accopagna presso il Torino glorioso, ch’egli ha guidato a dieci metri dalla volpe.
L’involucro chiaro, affloscito fra l’erba, sembra l’ombra proiettata dal Pegaso ancor dondolante in attesa: ombra biancheggiante, che riflette la luce, perchè materiata di vittoria.
Isa Agostoni.

Classifica ufficiale.
Ecco i risultati della gara:
I. Torino, italiano, a m. 10 dalla volpe; 1.° premio L. 2000 dell’Associazione della Stampa e premio Re. Pilota cap. Agostoni.
II. Hessen, tedesco, a m. 170, pilota Merzboch ; 2.° premio del Ministero della Guerra.
III. Tergeste, austriaco, a m. 227, pilota Pollack di Trieste; 3.° premio Coppa della città di Torino.
IV. Pallone militare a m. 265, pilota cap. Signorini; 4.° premio della Pro-Torino.
V e VI a parità di merito: Overstolz, tedesco, pilota Gruneberg e Niobe, italiano, pilota Borsalino, a m. 600.


Data di Pubblicazione: 29-09-09
Data Ultima Modifica: 29-09-09

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